Oggi vi presento una calciatrice e sportiva che ha, tra le sue altre doti, quella di un’intelligenza e una sensibilità che possono mettere in difficoltà e quasi disarmare un interlocutore; ma per me è un grande piacere incontrare persone come Silvia Berlingozzi, molte idee e tutte ben chiare, una vita piena della quale, per quel poco che ho capito di lei, non va sprecato nemmeno un minuto. Laterale del San Giovanni, anzi potrei dire del mio amato San Giovanni ormai, Silvia è stata una delle giocatrici che ho conosciuto per ultima, ma non è affatto un nuovo acquisto, anzi  di questa squadra è una veterana, e sono felicissimo di aprire proprio con lei la nuova stagione, che  presenta una rosa perfettamente bilanciata tra rinnovo e tradizione, visto che Mirco e Noemi hanno voluto mantenere tutto il gruppo storico pur aggiungendo gli innesti, cinque finora, necessari per affrontare un campionato impegnativo come quello di A2. Ma non voglio anticiparvi altro, perché Silvia è una persona da conoscere domanda dopo domanda, capitolo dopo capitolo.

Ciao Silvia, grazie ancora di aver accettato questa intervista! vuoi innanzitutto presentarti ai lettori?
Salve a tutti, ciao Omar, ti ringrazio subito per il tempo, l’entusiasmo e la passione. È davvero interessante trovare progetti come il tuo che danno spazio a voci femminili. Leggere le storie di tante donne e del loro legame con lo sport mi dà la conferma di quanto il gioco, oggi, diventi uno strumento fondamentale per l’emancipazione. Sono Silvia Berlingozzi, classe ’91 e oltre al mio lavoro, le passioni e i viaggi, pratico da sempre sport. Ad oggi posso dire con estrema sicurezza che il gioco di squadra ha delineato alcuni aspetti importanti del mio carattere ma soprattutto è stato fondamentale per lo sviluppo di caratteristiche sociali come l’altruismo, l’empatia, la solidarietà e l’equità. Da sempre, nella vita e nel gioco ho odiato i soprusi e le prevaricazioni, e nonostante se ne parli poco, anche nello sport esistono forme di discriminazione, dal bullismo al nonnismo.

Ti ringrazio molto sia per i complimenti che per la sincerità. Purtroppo hai ragione da vendere, negli sport di squadra, specialmente in età adolescenziale, talvolta possono crearsi pericolose dinamiche che possono portare alcuni soggetti all’allontanamento dal mondo sportivo con relativi traumi, quindi grazie per averne parlato, sei la prima su questo blog che lo fa in modo così esplicito. Fortunatamente gli aspetti positivi sono quelli preponderanti, che portano chi ama lo sport a superare fasi delicate per consacrarsi a esso fino all’età adulta, ma non tutte e tutti ce la fanno. Dunque, iniziamo dai tuoi primi passi nel mondo dello sport; se il calcio a 5 è lo sport del tuo presente, prima ce n’è stato un altro che hai praticato fin da bambina, il Basket; cosa ci puoi dire delle tue prime esperienze da cestista?
In prima elementare mi approcciai alla pallavolo e rimasi scioccata perché in un anno toccai la palla da gioco una sola volta, furono perlopiù tutti allenamenti ginnici che niente avevano a che fare con lo sport in questione. L’anno dopo quindi decisi, per l’immensa gioia di mio padre (ex cestista), di provare il campo del basket. Ero in seconda elementare, era settembre 1997, e con le amiche ci spostammo in massa da uno sport all’altro. Per 10 anni abbiamo studiato e giocato insieme nel USD Terranuova basket, senza mai lasciarci, eravamo delle pazze scalmanate. Abbiamo fatto perdere la pazienza a chiunque, dagli allenatori agli accompagnatori, ma vincevamo, perché ci divertivamo moltissimo. Gli ultimi anni, tra il 2007-2008, ci siamo dovute confrontare con la possibilità di andare in prima squadra, ci allenavamo con loro e a causa di questo cambiamento di gioco e di mentalità, rimanemmo in pochissime. Ma nella mia categoria avevo ancora qualcosa da dire e per due anni di seguito fui convocata agli “All star game”, esperienza bellissima che ricordo con un pizzico di orgoglio. Alla fine del 2008 ero rimasta sola, non avevo più il mio gruppo e non mi sentivo assolutamente integrata, decisi allora a inizio 2009 di spostarmi in un’altra società per giocare con le mie coetanee. Arrivai alla Polisportiva Galli e ad accogliermi trovai uno splendido gruppo, a settembre 2009 decisi di ricominciare con loro ma agli inizi 2010 per motivi familiari decisi di fermarmi. Durante l’anno nella polisportiva crebbi moltissimo, ebbi di nuovo il piacere di giocare con Carlotta Nannini (ex Terranuova ed ex azzurrina) e di confrontarmi con atlete fortissime che oggi fanno professionismo come Elena Bindelli, inoltre allenandomi anche con la prima squadra (B eccellenza) ebbi la fortuna di imparare da persone di esperienza ma anche di grande umiltà e pazienza.

Eh, insomma, chapeau! non solo per i risultati ottenuti e per l’All star game, ma per il gruppo che avete creato, scalmanate sì, ma con le quali hai però scritto belle pagine di sport e di amicizia, ed è questo che rimane alla fine, visto che per voi donne  soddisfazioni anche in senso economico non sono quasi mai contemplate. Dopo il tuo diploma il solo Basket iniziò a restarti stretto, e decidi di dedicarti al Futsal, fondando con altre tue ex compagne del Basket una società ex novo, la Futsal femminile terranuovese; ci racconti questa bellissima tua prima avventura nel calcio a 5?
Esatto, da gennaio 2010 a giugno 2010 rimasi ferma e dopo il diploma mi avvicinai ai primi tornei estivi di calcetto femminile. A settembre io e le mie vecchie compagne di basket e di vita decidemmo di fondare la nostra società per iscriverci al campionato amatoriale Anspi Valdarnese. Avevamo voglia di giocare di nuovo tutte assieme, le società di pallacanestro avevano in parte deluso le nostre aspettative, e quindi pensammo di fondare qualcosa di tutto nostro, gestito interamente da noi giocatrici con l’aiuto ovviamente di qualche appassionato. In tre anni ottenemmo buoni risultati, migliorammo tantissimo, ma non mancarono crociati rotti e risse. Era tornata fuori la nostra indole ribelle degli 11-12 anni. Furono anni splendidi. A fine stagione 2013 i ragazzi che erano nella dirigenza ci proposero un campionato Uisp per il settembre successivo. Avevamo così la possibilità di alzare il livello, confrontarci con squadre nuove e soprattutto giocare il vero futsal, all’interno e su parquet! Che dire, sono innamorata di Terranuova, ma ci sono dei perché, e uno di questi è il palazzetto dello sport. Finalmente potevo tornare a giocare nello stesso palazzetto dove avevo concluso a malincuore la mia carriera con l’USD Terranuova basket, fu una piccola rivincita sono sincera. Roberto Bonaccini fu il primo allenatore “non amico”, con lui una bellissima esperienza che portò ad accrescere le nostre conoscenze tecniche. L’anno successivo, ovvero stagione 2014-2015, fu riconfermato Mister Bonaccini e ci venne proposto l’accorpamento societario con la Futsal Terranuovese maschile dandoci così la possibilità di disputare il nostro primo campionato FIGC. Fu un anno intenso, con nuovi ingressi nel gruppo e trasferte abbastanza impegnative, tutto sommato fu un’esperienza formativa.

Una bella scalata, e un racconto davvero appassionante, sono queste le storie che è bello leggere! Dopo, sei ritornata al Basket, ma l’amore per il futsal si faceva sentire, e quindi salomonicamente hai deciso di praticare entrambi; ci racconti del periodo vissuto “Tra due mondi”?
Esattamente, vivevo per lo sport, mi aiutava nei momenti difficili, era una vera e propria cura per l’anima oltre che per il fisico. Dopo il primo anno in FICG, dove disputammo un campionato a 6 squadre, ed essere arrivate ultime con 3 punti, capimmo che qualcosa doveva cambiare, purtroppo non ci furono gli estremi per iscriversi alla stagione successiva e la squadra si sciolse. Sabrina Tanzini e Laura Petriella (portiere), furono chiamate dal Firenze e io rifiutai per ascoltare quel desiderio accantonato da troppi anni di riprendere in mano la palla a spicchi. Chiesi alla società della Synergy di San Giovanni Valdarno di poter far parte della prima squadra femminile che disputava un campionato di serie C, e loro accolsero la mia richiesta positivamente. Un gruppo bellissimo, compagne fantastiche, amiche tutt’oggi. Non avrei mai pensato che a 24 anni potessi ancora imparare qualcosa sul basket e invece grazie al coach Alessandro Greco, nonostante svariate panchine, credo di essere riuscita ad affinare tecnica e a scoprire anche nuovi punti di forza, e lui mi ricorda ancora come la sua “contropiedista preferita”. Ma a stagione appena cominciata non ero proprio convinta di abbandonare il calcetto, e quindi tornai sui miei passi disputando di nuovo nel campionato Anspi valdarnese. A questo punto a novembre 2015 su 7 giorni della settimana 5 erano dedicati allo sport, talvolta con doppia seduta. Ricordo con particolare simpatia il lunedì, giorno di allenamento al palazzetto della Synergy intorno alle 20 e fuga immediata con cambio d’abito per andare alla partita di calcetto. Fu Daniele Scarpellini, attuale mister ad accettare la mia richiesta, perché ovviamente non potevo garantire il massimo delle presenze, ma alla fine dell’anno riuscì a gestire tutto abbastanza egregiamente. A fine stagione 2016 proposi a Daniele di tentare il salto in FIGC e quindi cominciò una collaborazione con la Futsal Terranuovese, e a inizio stagione 2016-2017 le società si fusero tornando così nel mio amato palazzetto, ma comunque il mio cuore mi teneva stretta al basket e a quel gruppo di amiche. Quindi per due stagioni praticai due sport, e ne fui felicissima, l’allora fidanzato un po’ meno. Per fare una breve considerazione, senza dilungarmi troppo, riconosco tante assonanze tra questi due sport, motivo per cui ho sentito subito familiarità con il calcetto, ma in assoluto con il futsal: i movimenti sul parquet, le diagonali, i rimpiazzi, sono concetti con cui ho avuto sempre a che fare, in qualche modo sono stata facilitata nell’ingresso in questo mondo proprio per questi motivi. Chiaramente non posso dire la stessa cosa per la tecnica, per la quale serve la malleabilità dell’infanzia, e io ormai ero già abbastanza strutturata sportivamente.

Ho praticato Basket per qualche anno, a livelli più che amatoriali però arrivandone a capire quel tanto da condividere appieno le tue riflessioni;  il futsal l’ho solo visto in televisione ma ne ho colto anch’io qualche somiglianza, qualche assonanza, e da un certo punto di vista mi sto pentendo di non averlo praticato, non ho talento ma mi sarei divertito parecchio, come con il basket, ma non avevo la forza e la costanza che hai avuto tu.  Dal settembre 2017 sei approdata al San Giovanni calcio a 5, dove ormai militi da tre stagioni. Ci vuoi raccontare questi anni? i momenti magici, le storie più belle, le persone presenti e passate, tutto quello che vuoi!
Apro questa risposta con un piccolo aneddoto: stavamo giocando l’ultima partita di campionato della stagione 2016-17 a Lucca con la mia squadra di basket, nei primi 7 minuti del primo quarto feci 5 falli, l’arbitro prima di buttarmi fuori mi disse (con fare minaccioso): “signorina, non stiamo giocando a calcio!”, passai il resto della partita a fissare il vuoto e a domandarmi se veramente il mio fisico non si stesse davvero strutturando e impostando (direi anche in modo naturale) per un gioco più impattante, non che il basket non lo sia, ma sicuramente a livello fallistico permette molto meno. Quindi a settembre 2017 decisi che avrei dedicato più tempo al futsal, per la voglia che avevo di imparare, per misurare le mie capacità e capire dove potevo arrivare con questo sport. Dopo una breve parentesi ospedaliera a ottobre cominciai ad allenarmi con il San Giovanni calcio a 5. Sarò sincera, per me i momenti magici sono fatti da persone magiche, e in questo percorso ne ho trovate molte. Parlo di donne con le quali ho condiviso momenti memorabili, per la ricchezza di divertimento e di spensieratezza, perché nonostante le partite perse, le dita girate, i piedi rotti, i chilometri nelle terre del confine toscano, abbiamo sempre avuto una storia incredibile da raccontare, quello che per gli spettatori era il retroscena, il post allenamento, la cena, il fine settimana al mare, per noi era un momento magico di aggregazione. E dico, che sono stata fortunata, perché ci bastava la semplice gioia del trovarsi, con o senza pallone. Ho trovato persone con le quali ho maturato una profonda amicizia, e che faranno parte della mia vita sempre, come Elisa Olmastroni, capitano dalla prima stagione, ad oggi non più giocatrice del san Giovanni calcio a 5. E Daria, un uragano, qualcosa di incontenibile, che se ci penso intensamente non posso che esplodere a ridere, fu bellissimo sin da subito, ma anche imbarazzante e molto comico, era tutto euforico con lei. Gli aneddoti li tengo per me, un po’ gelosamente. Ed è buffo perché mi rendo conto che se parlo di tutte le giocatrici del cuore come anche Daria, non penso mai alle loro qualità calcistiche, penso a mille altre doti, ai loro cervelli, alle anime.

Sai Silvia, tu semplicemente incarni la persona perfetta per il mio progetto, lo so che non lo hai fatto apposta, ma mi hai emozionato tantissimo, e non solo me ma tutti coloro che leggeranno, parlando dei cosiddetti retroscena, di tutto quel lato umano che è vero, noi spettatori non possiamo comprendere ma ci piace tanto sapere che c’è, che esiste, il cosiddetto calcio con la C maiuscola sta andando in altre direzioni, ci girano troppi soldi e troppe figure losche per preservarne l’umanità, ma è bello sapere che ci sono ancora realtà come la vostra. Sai che ti dico? tra vent’anni ti scrivo e ti chiedo se ricorderai di più le vittorie e i titoli o le birre con le tue compagne, e sono curioso di vedere cosa mi risponderai.  Che ruolo ricopri nel San Giovanni? ti va di descrivercelo, che imparare qualcosa non fa male a nessuno, me in primis?
Imparare? Per alcune giocatrici, in effetti passo sempre da “maestrina”, c’è stato uno spoiler qui! Che domanda imbarazzante, non credo di ricoprire un ruolo, nessuno ha un ruolo, non è un lavoro. Piuttosto credo che ogni componente della squadra abbia il dovere morale di mettere a disposizione le proprie qualità al servizio dell’altro, del gruppo. D’altronde ogni comunità autonoma e duratura vanta di questo pregio, nessuna prevaricazione di potere ma tutti con l’unico intento di salvaguardare l’altro affinché si rimanga ben saldi, perché da soli non si va da nessuna parte. Chiaramente è sempre difficile trovare questa sorta di equilibrio, dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere, dal tipo di risultato che si desidera, non è scontato che tutti all’interno del gruppo si operi per la stessa cosa, ma quando c’è comunità d’intenti allora diventa bellissimo.

No no, nessuna soffiata, mi hanno parlato di te come una persona molto intelligente e in gamba, ma non ti hanno dipinta come la secchiona della squadra, credimi! nell’introduzione ti ho definita laterale perché così ti ha presentata Daniele, ma da quanto ho capito sei in qualche modo la tuttocampista della squadra (scusa eh, smaniavo per usare questo nuovo termine alla moda qua sul blog, sai com’è…) però mi piace da morire questa tua lettura anarco-socialista del futsal, forse per una mia certa affinità con l’ideologia suddetta. Dunque, il campionato 2019/2020 lo avete stravinto matematicamente già a febbraio, ancora prima dello stop per Covid-19; cosa ti rimarrà di questa ultima stagione? Qual è l’attimo che ti si è cristallizzato nel cuore?
Sarò melodrammatica, la vittoria è stata bellissima, ma la fatica è stata immensa, soprattutto quella mentale, ritrovare la mia dimensione nonostante i cambiamenti non è stato semplice in quest’annata, mi sono dimenata per cercare di star bene. Ho imparato tanto a livello calcistico e ho lavorato anche su qualche aspetto un po’ spigoloso del mio carattere, ma non posso dire che sia stato divertente o spensierato. Ho in mente due momenti emotivamente forti che mi porterò nel cuore. Il primo, quando entrando a qualche minuto dalla fine del secondo tempo segnai il gol della vittoria contro Pisa in casa, non fu importante per il risultato in sé quanto più per il desiderio che avevo di ringraziare con un gol, un cugino che troppo prematuramente ci aveva abbandonato, amante del futsal e giocatore accanito. Il secondo, quando al termine della partita decisiva, vincendo il campionato, mi diressi verso il pubblico per abbracciare Elisa Olmastroni, già citata. Un momento intenso perché avrei voluto che fosse con noi. Piangemmo insieme, lo sapevamo entrambe, senza dire niente.

Non sei stata melodrammatica, solo del tutto sincera, e grazie a te la vostra impresa si illumina di una luce più intimista, che rischiara il dietro le quinte di un trionfo, noi tifosi vediamo solo le gioie ma è sempre bello sapere tutto il sacrificio dietro a un capolavoro. Ascolta Silvia, di solito non faccio domande extra sportive, ma so che sei una crocerossina che ha fatto tante opere bellissime, e siccome collaboro con la Misericordia da quasi 18 anni sono molto sensibile all’argomento, e vorrei che ce ne parlassi; vuoi raccontarci le tue esperienze più belle e impegnative nel mondo del volontariato?
“Crocerossina” non mi piace molto, è un termine che spesso assume un’accezione negativa e per l’abuso che se ne fa spesso non è mai un complimento. Io lo ritengo ancora un valore per pochi e non credo di calzarlo affatto, non ci riesco proprio! Ma se parlo di me posso dire di essere una persona abbastanza accondiscendente, abbastanza accomodante e abbastanza accogliente, ma non faccio di norma opere caritatevoli nella mia quotidianità! Detto questo però, ho sentito la necessità da sempre di mettere a disposizione il mio tempo e più tardi le mie conoscenze per la cooperazione internazionale. A 17 anni ho avuto la mia prima esperienza nel campo del volontariato, ma solo nel post laurea ho capito che la cooperazione era davvero un modus operandi che apprezzavo e nel quale riuscivo a vedere un obiettivo. Ho lavorato in Tanzania, Rwanda e Burundi ma anche in Bosnia, Romania e sul confine turco siriano. Per la maggior parte erano tutti progetti strutturati da anni, all’interno dei quali veniva inserita la figura di igienista dentale per un programma di formazione didattica, formazione pratica o di prevenzione nelle scuole. È difficile dire quale sia stata la più bella, ognuna ha le sue peculiarità, e ognuno di questi luoghi è dentro il mio cuore per gli incontri, le amicizie e le lezioni di vita. Vorrei dedicare molto più tempo a tutto questo, aspetto sempre con grande gioia il periodo dell’anno in cui parto, sacrificando sempre volentieri lavoro e sport!

Innanzitutto voglio chiederti scusa di aver usato un termine che si, vent’anni fa poteva essere usato più alla leggera ma oggi ha effettivamente assunto altri connotati più spiacevoli, che ormai la mortificazione è di moda; volontaria nella Croce Rossa era meglio. Potevo correggere o cancellare, ma mi hai dato una lezione della quale voglio fare tesoro sia per me che per i lettori, quindi lasciamo il termine “Crocerossina” al millennio passato, e ancora tante scuse. E ti voglio chiedere perdono anche per quei lettori e lettrici che penseranno che in fin dei conti chi te lo fa fare, rischi di fare la fine di Silvia (anzi Aisha) Romano, ma sei matta così giovane ad avventurarti in posti simili, pensa alla tua famiglia che sta in pensiero, anche in Italia c’è tanto da fare ecc…; non capiscono, semplicemente non capiscono, io non lo avrei mai il tuo coraggio, opero in contesti del tutto diversi, ma credo che la tua storia sia bella, sia bella senza riserve come una rosa in primavera, solo questo conta, e non aggiungo altro. Tornando al futsal; questa stagione si è conclusa anzitempo, ma la prossima vi aspetta un campionato nazionale; hai paura che lo stop forzato possa avervi deconcentrate, oppure vi basterà rivedere la vostra palestra per ritrovare in un attimo tutto lo spirito e la “garra” che rende vincente e speciale il vostro gruppo?
Lo stop forzato è solo un vantaggio sia per gli amanti dello sport, per chi lo fa con passione e soprattutto per chi lo sa sfruttare. Un riposo mentale fa sempre bene, rigenerarsi diventa fondamentale ogni tanto e l’attesa prima di ripartire genera una carica incredibile. Ovviamente l’entusiasmo e l’adrenalina devono essere sfruttate al meglio, gestite e incanalate nei giusti modi. La “garra” ci sarà sempre. Il futsal come tutti gli altri sport ha subito una sorta di stand by, ma siamo tutti sulla stessa barca, quindi non possiamo lamentarci. Ci sono tutte le carte in tavola per far crescere sempre di più questo movimento, specialmente quello rosa, c’è un bel futuro davanti. Voglio però concludere con un pensiero forse un po’ utopista ma assolutamente in linea con tutto quello di cui ho parlato fino ad ora. Lo sport è una grande scuola di vita ma può allo stesso tempo diventare fonte di ispirazione per tanti ragazzi. Dovrebbe essere in assoluto un luogo sicuro, dove sentirsi valorizzati ognuno per le sue capacità in campo e fuori, dovrebbe diventare una scelta di vita, e per tanti bambini e giovani anche l’alternativa alla strada e alla criminalità. Il potenziale dello sport di aggregazione è formidabile, l’essere parte di qualcosa crea le basi per educare l’individuo nel rispetto della società e del mondo. Le relazioni diventano il vero strumento per essere invincibili. Sarebbe bello creare un calcio diverso, puntando sullo sviluppo delle personalità dei bambini, con programmi legati alla socialità e all’etica, un calcio dove non esiste il fuori classe, ma che si impari a collaborare insieme per essere la migliore squadra, la migliore comunità. Il calcio sociale c’è e possiamo davvero farlo nostro come concetto e mentalità. Il calciosociale esiste ed è fuori da ogni logica comune e ovviamente controcorrente, ma tutti dovremmo prendere ispirazione da Massimo Vallati referente Ssd Calciosociale al Corviale, nel Campo dei Miracoli di Roma (https://www.calciosociale.it/). Ci tenevo a parlarvi di questa realtà, che si sta diffondendo e sta portando i suoi frutti all’interno della comunità. “Trasformiamo i campi di calcio in palestre di vita!”

Ti ringrazio per questo congedo ormai nel tuo stile, ossia mai banale e sempre con qualcosa di nuovo per arricchire questa nostra conversazione; certo che hai fatto bene a parlare di questa realtà, sono molto felice di pubblicizzarla su questo blog. Solo su una cosa dissento parzialmente, anche se in un aspetto del tutto concettuale; il fuoriclasse in campo ci sarà sempre, è una dote innata, puoi insegnargli (e insegnarle, che ancora la gente è timida nel parlare di donne fuoriclasse nel calcio) a collaborare, ma a volte essere predestinate/i è una sorta di condanna alla solitudine, la solitudine del fantasista, che non viene capito nel suo inventare, nel suo essere in anticipo o fuori dagli schemi per sua stessa natura. Forse il calcio sociale può andare anche oltre, ovvero può dare modo agli incompresi di essere compresi, e ai giocatori “medi” di comprendere chi non è come loro, perché è troppo più forte oppure troppo più debole; se si riuscisse in questo allora tutte le differenze sarebbero appianate, e si ricomincerebbero a creare realtà calcistiche più forti dei soldi e dei procuratori; è forse utopia? per me no, per Silvia nemmeno, per Massimo Vallati e i suoi collaboratori neppure; i sogni non bastano mai, e non sono sogni fino a che a sognarli siamo in tanti. Grazie mille di tutto Silvia, per averci trasmesso un poco della tua ricchezza, ci vediamo presto al palazzetto, che una nuova stagione sta finalmente per cominciare.

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Ufficio Stampa San Giovanni