Il bello del futsal, e dello sport in generale, sono le storie che racchiude, quelle che vanno al di là della superficie rotonda del pallone. Storie di amore e di passione che può tutto, di limiti superati, abattuti, rimodellati per creare possibilità sconfinate in cui l’essere umano si rivela l’artefice di qualcosa di sorprendente, ma allo stesso tempo di meravigliosamente normale. Storie come quella che ci ha raccontato Rossano Mastrodomenico, che non solo è il preparatore atletico della Coppa d’Oro, ma anche tecnico della Nazionale italiana di Calcio a 5 B1 non vedenti. Nel corso di questa bellissima chiacchierata abbiamo scoperto diversi aspetti di questa realtà, parlando dei ragazzi e di come aiutare questo movimento a crescere sempre più, con l’augurio che presto ci possa essere anche una Nazionale italiana femminile.

Allora Rossano, innanzitutto come procede il lavoro alla Coppa d’Oro?

“Benissimo, procede tutto nel migliore dei modi. Ci sono dei periodi in cui il lavoro è un po’ più duro, ma i risultati direi che si vedono”.

Qual è stato il suo percorso nel femminile? 

“Sono stato alla Lazio per varie annate, tra cui la stagione 2002/2003. Poi, dopo un periodo di congelamento, sono tornato con il Time Sport per un paio di anni, per poi approdare alla Coppa d’Oro circa cinque anni fa”.

Oltre all’incarico nella Coppa d’Oro, lei è anche tecnico della nazionale calcio a 5 non vedenti. Com’è cominciata questa avventura?

“Ho iniziato il mio percorso come insegnante di sostegno per non vedenti. Da lì, essendo anche insegnante di educazione fisica, sono passato alla parte motoria, facendo diverse esperienze in diverse attività. In quel periodo nasceva da poco il calcio a 5. O meglio, esisteva già ma sotto un’altra forma: il campo era più simile a quello di un calcio a 8 giocato da quattro/cinque atleti. Nel ’97 invece lo sport fu regolarizzato grazie un campo di calcio a 5 vero e proprio, con la particolarità di avere delle sponde sul lato lungo del perimetro. Altre caratteristiche sono il pallone sonoro, e altre evidenti particolarità come la limitazione dell’area del portiere, che è molto più piccola rispetto a quello di un calcio a 5 tra virgolette ‘normale’. Da quel momento, appunto nel ’97, abbiamo cominciato a partecipare ai primi tornei e ai primi campionati a livello italiano, cercando di migliorarci sempre di più”.

Cosa significa per lei far parte di questa realtà?

“Ci si mette in discussione dal punto di vista metodologico. Le difficoltà che normalmente incontro con un ragazzo non vedente, soprattutto a livello tattico ma anche dal punto di vista della preparazione, comporta chiaramente uno studio un pochino più particolareggiato per arrivare alla prestazione finale. Anche dietro la semplice trasmissione e conduzione del pallone, ci sono una serie di esercitazioni che sono più particolari e anche più difficili confrontate con quelle di un atleta vedente. Questo, ripeto, per quanto mi riguarda significa mettersi in gioco, anche perché determinate risoluzioni posso applicarle anche nel campo della ‘normalità’, facilitandomi da questo punto di vista. Sicuramente ho due ruoli differenti: nel calcio a 5 con i ragazzi non vedenti sono soprattutto un tecnico, anche se mi piace anche l’aspetto della preparazione atletica, mentre nel femminile sono un preparatore atletico”.

Passiamo ai ragazzi. Ci racconti qualcosa di loro…

“Per far parte di questa disciplina i ragazzi devono essere superallenati non soltanto dal punto di vista fisico, ma soprattutto sotto altri aspetti, che vanno dall’orientamento alla capacità sensoriale. Aspetti che permettono loro di gestire le fasi di gioco non dico in totale serenità, ma comunque in maniera lucida. Perché questo è un gioco che potrebbe rivelarsi anche abbastanza violento: gli scontri avvengono già nel calcio a 5 dei normodotati, figurarsi in questa realtà. Particolari condizioni comunque non ce ne sono. Parliamo di ragazzi fortemente integrati. Molti di loro sono già inseriti nei vari ambienti di lavoro, sono sposati o hanno comunque delle relazioni sociali normali. Questo denota la presenza di storie personali relativamente serene. Ovvio che poi ci sia un lavoro grande dietro, e anche percorsi di sofferenza e sacrifici compiuti per arrivare a determinate condizioni. Ma le risorse personali sono tante”.

L’anno scorso, tra le altre cose, avete disputato un torneo ad Istanbul. I vostri prossimi impegni?

“Dovremmo avere un primo torneo internazionale ad aprile, qui in Italia, a Silvi Marina. È prevista inoltre una serie di tornei in Spagna e probabilmente di nuovo ad Istanbul, verso giugno, per una seconda edizione. Non è ancora sicuro che riusciremo a partire: purtroppo in quel periodo avrò anche l’impegno con la scuola e gli esami di maturità, quindi stiamo valutando se far partire la squadra senza la mia presenza, perché per noi partecipare ad impegni di questo tipo è molto importante. La programmazione prevede poi un allenamento individuale: dal 26 agosto all’8 settembre faremo un lungo ritiro, per poi approdare all’inizio del campionato europeo che è fissato per il 14 settembre. Mi auguro ci sia il sostegno del pubblico”.

A proposito di pubblico, secondo lei di cosa avrebbe bisogno questo movimento per crescere?

“Grazie anche all’intervento di voi giornalisti e delle varie testate, è importante che ci sia una certa visibilità. Noto che nei confronti di questa realtà c’è una sorta di curiosità, chiamiamola così, e questo è importante perché se non altro funge da tramite: da un semplice interesse può nascere un avvicinamento concreto. Mi piacerebbe infatti che il movimento, inteso come calcio a 5 generale o comunque della disabilità, si interessasse al torneo europeo di cui parlavo prima. Anche perché si svolgerà a Roma, presso il centro sportivo di preparazione paralimpica in Via delle Tre Fontane, un centro nuovissimo che tutta Europa ci invidia poiché destinato esclusivamente alla preparazione degli atleti disabili. Naturalmente c’è anche un’integrazione degli atleti cosiddetti normali, vista la presenza dello stadio di atletica, della piscina, dei campi di calcio a 5 e altre strutture che saranno utilizzate anche dai normodotati. Avviene quindi un’inclusione al 100%. Mi auguro che in un futuro abbastanza immediato si possa poi aprire un altro scenario, che è quello della nazionale femminile non vedenti”.

Che dunque non c’è ancora…

“No, e quello sarà un discorso lungo. Il movimento internazionale fortunatamente già si è aperto: si terrà proprio a giorni un Grand Prix internazionale con pochissime squadre, Giappone e altre due nazionali di paesi dove le ragazze non vedenti hanno cominciato a giocare. Il mio desiderio è di avere la possibilità di avere un gruppo femminile italiano per presentarci anche noi e crescere come movimento. Ovviamente bisognerà riscontrare anche l’interesse delle ragazze. Il problema del mondo dei non vedenti è che molte situazioni non si conoscono: c’è ancora non esattamente una chiusura mentale, ma una poca visibilità e una poca informazione. Certo c’è il sito della Federazione e quello di altri eventi che promuovono queste attività, ma manca ancora una conoscenza approfondita. Sicuramente ci sarà da lavorare fortemente sul rapporto tra Federazione e scuola”.

Intanto l’appuntamento per sostenere i suoi ragazzi, ricordiamo, è fissato al 14 settembre a Roma.

“Sì, mi aspetto un grande richiamo. La partecipazione di molti potrebbe essere importante per noi e per i ragazzi. Sperando che non si riveli un boomerang negativo, perché gli atleti non sono abituati alla presenza del pubblico. A questo proposito mi preme un avvertimento: il pubblico va educato. Durante le partite si cerca il silenzio, perché naturalmente se c’è confusione diventa difficile ascoltare il rumore della palla. Quindi gli spettatori vanno preparati, magari grazie anche alla vostra collaborazione con i vari articoli. Naturalmente i tifosi saranno liberi di esplodere quando, mi auguro, segneremo noi!”.

Valentina Pochesci