“Lo sai che stai parlando con un pesarese doc?”. Alla mia prima domanda (retorica), Marcelinho sorride. Già si scioglie. Ammetto la paraculaggine, ma era importante stabilire un contatto – e Pesaro era il nostro punto in comune -, rompere il ghiaccio. Come se poi ci fosse l’effettivo bisogno di riscaldare un uomo nato a Campina de Lagoa, made in Brasile. Trapiantato in Italia da 12 anni. E infatti Marcelo Padilha Gonçalves è un fiume in piena, parla tanto, e non gioca per pareggiare. Neanche a parole: figuriamoci sul parquet. Nell’ultima stagione e mezzo (causa mozzatura precoce della 2019/20, per motivi che tutti conosciamo) si è consacrato nella città di Gioacchino Rossini, riecheggiando tra gli spalti del Pala Nino Pizza – per molti PalaCampanara – come il Barbiere di Siviglia all’Opera Festival.

Uno scudetto (18/19) e una Supercoppa Italiana (2019) con l’Italservice Pesaro. Poi un altro campionato ad altissimi livelli, condito dal grande cammino in Champions League e da 15 perle in Serie A. Peccato per quella macchia azzurra. Ma di tutto questo ne parlerà, ci arriveremo. Prima era giusto chiedergli: Marcelinho, come stai?

“Io sto bene. Mi dispiace solo per la situazione che stiamo vivendo, ma per ora è quello che dobbiamo fare: stare a casa. Comportandoci così, come ci viene chiesto, tra non molto saremo liberi di abbracciarci, uscire, andare al mare. È per il bene di tutti”.

Già, il mare. Gli manca come la sua famiglia, confinata in Brasile. Per fortuna a Pesaro non è solo:

“Vivo con la mia fidanzata, una ragazza italiana, Lia. Stiamo insieme da quasi 7 anni e conviviamo da 3. I miei parenti dovevano venire in Italia a luglio, ma abbiamo rimandato al prossimo anno. Io in estate resterò qui, sperando che le cose tornino alla normalità nel più breve tempo possibile. Non vedo l’ora di andare al mare (ride, ndr)“.

Marcelinho, Pesaro e l’Italservice

La provincia di Pesaro Urbino è stata tra le più colpite dall’emergenza coronavirus. In proporzione ai suoi abitanti, per lungo tempo i dati ufficiali del contagio da Covid-19 nella città della squadra Campione d’Italia si sono avvicinati pericolosamente a quelli delle province lombarde messe in ginocchio dalla pandemia. Sono state settimane difficili, lo sono tuttora. Ma come in tutta Italia la morsa si sta lentamente allentando.

Pesaro ha sofferto e sta soffrendo a causa del coronavirus. Come ti fa sentire vivere tutto questo così da vicino?

“Mi dispiace tanto. Sono molto affezionato a questa città e a questa gente. Sia la mia ragazza che la mia famiglia, che è venuta a trovarmi gli scorsi anni, si sono innamorati di Pesaro. E quando sono arrivati era inverno, figuriamoci cosa avrebbero detto in estate. È una città che ti dà tranquillità: in tutte le altre dove ho vissuto, non mi ero mai trovato così bene per qualità della vita”.

E non avevi neanche raggiunto risultati tanto importanti in carriera. L’emozione più grande?

“Difficile scegliere. Lo scudetto l’anno scorso, la vittoria in Supercoppa quest’anno, l’esordio in Champions League… tutto bellissimo. Devo dire che disputare la Champions è stato molto emozionante. La guardavo sempre in tv, e pensare di giocare e segnare su quei palcoscenici contro squadre del calibro di Benfica, Kairat, ElPozo… è stata un’esperienza fantastica. E soprattutto ce la siamo cavata benissimo. Abbiamo dimostrato a tutti che non siamo andati lì solo per partecipare, per essere il primo anno di Champions League è andato alla grande e questo mi fa molto piacere”.

Non che il campionato stesse andando malino…

“Se avessimo ottenuto altre due vittorie avremmo raggiunto il record assoluto di successi, questo mi spiace. Poi eravamo primi in classifica e avremmo giocato gli scontri diretti in casa: battendo l’Acqua&Sapone ci saremmo avvicinati molto al primo posto in classifica, e questo magari ci avrebbe permesso di giocare l’ultima finale scudetto davanti ai nostri tifosi. Però la salute è più importante, va messa sempre al primo posto. Dobbiamo aspettare”.

Tu saresti per finire la stagione, o arrivederci a settembre?

“Prego ogni giorno perché si trovi una cura, un vaccino, così da poter anche tornare in campo il prima possibile. Giocare in estate non sarebbe male. Ma quello dipende dalla Divisione e dalla decisione di tutte le squadre, non solo da quello che pensa l’Italservice. Però se dovessero darci il via libera per tornare in campo, noi saremmo pronti. Ci stiamo allenando e siamo tutti qui a Pesaro”.

La nazionale

Veniamo alle note dolenti. Perché la stagione di Marcelinho non è stata tutta rose e trofei, lo sport è fatto anche di scivoloni. Quello dell’Italia nei gironi di qualificazione ai Mondiali di Lituania 2020 (per ora confermati) è archiviabile nella categoria ‘disastri’. Gli azzurri si sono fatti eliminare dalla Finlandia dopo un cammino che, però, Marcelinho rivendica. Per la stella dell’Italservice non dev’essere per forza tutto da buttare.

Sappiamo quanto tu tenga alla maglia dell’Italia. Cosa non ha funzionato?

“Giocare con la nazionale italiana è stata una delle cose più belle della mia carriera. Quindi viene da sé che tra le mie più grandi delusioni nella vita ci sia la mancata qualificazione al Mondiale. Faccio fatica a mandare via l’amaro in bocca. Tra quattro anni penso che starò comunque bene fisicamente, sono uno che tiene tanto alla condizione atletica, ma non aver mandato l’Italia a questo Campionato del Mondo mi fa male. Abbiamo sbagliato contro la Finlandia, ma direi che siamo stati anche sfortunati: 30 tiri in porta a 3, ed è finita 2-2. Ci è andata male. Poi all’ultima partita contro il Portogallo, campione in carica dell’Europeo, con alcuni tra i giocatori più forti del mondo e davanti a 5000 persone, diventa difficile”.

Dovrà iniziare un nuovo ciclo.

“Ogni sconfitta è una lezione, e abbiamo imparato tutti. Ricominciamo da capo, ma con la testa alta. Torneremo più forti. In un anno di nazionale avevamo perso solo una partita contro la Croazia, che stavamo anche battendo 3-2. Abbiamo disputato tante partite difficili perdendo solo in quell’occasione, quindi non è che tutto fosse sbagliato. Dobbiamo continuare su questa strada, purtroppo ci è solo girata male”.

Il futsal femminile

Non solo Italservice e nazionale. Quello di Marcelinho per il futsal è un amore a 360°, com’è giusto – ma non scontato – che sia. Libero dai pregiudizi. Quando parla di femminile dalla voce dell’italo-brasiliano traspare passione, vera, magari qualcuno non se lo sarebbe aspettato.

Un gentleman del futsal per LadyFutsal. Marcelinho, segui il calcio a 5 femminile?

“Mi piace. Seguo tanto Amandinha, la giocatrice più forte del mondo. Vedo sempre i suoi gol in televisione ed è proprio forte. Sta portando il calcio a 5 femminile ad altissimi livelli in Brasile: grazie a lei, dopo non so quanti anni hanno trasmesso una partita di futsal femminile nella tv brasiliana, ed è una grandissima cosa. Ho visto gli highlights di tante partite di Serie A femminile, poi su Instagram riguardo i video dei gol più belli postati dalle giocatrici. Tutte si stanno impegnando per promuovere questo sport. Tra le squadre che amo di più c’è il Leoas da Serra, una delle più forti del Brasile. Sono bravissime”.

Poi continua:

Il calcio femminile va rispettato allo stesso modo del maschile. Loro non chiedono di essere superiori, ma uguali. Che ci sia giustizia. Non dobbiamo restare fermi a 100 anni fa, bisogna superare certi pregiudizi. Calcio femminile e maschile sono uguali: nessuno è sopra l’altro. Dobbiamo fare in modo che le cose diventino così”.

Il futsal, punto

Ci sarebbe ancora tanto di cui parlare. Ma il tempo sta per scadere, anzi, abbiamo sforato da un pezzo. Però non ho potuto fare a meno di approfittare della gentilezza infinita di Marcelinho per l’ultima domanda, la più importante. D’altronde si può dire che siamo concittadini, no?

Il movimento del futsal in Italia è in crescita, ma dista ancora anni luce da quello del calcio. Che faresti per cambiare le cose e far appassionare fin da piccoli i ragazzi?

“Tutti gli allenatori di calcio a 11 dovrebbero portare i ragazzi a fare futsal. Un bambino toccherà molto di più il pallone a calcio a 5, magari segnando anche 2-3 gol a partita. Oggi nel calcio insegnano a difendere, ad avere un bel fisico, a correre, a fare 2 tocchi. Invece un ragazzo, ma anche un adulto, si diverte molto di più a giocare a futsal. Così si impara la tecnica, a giocare il pallone avendo poco spazio a disposizione, a pensare più velocemente. Servirebbe iniziare dalle squadre della Serie A di calcio. Prendere Juventus, Atalanta, Milan, Inter etc. e creare scuole calcio, di calcio a 5. Lo stesso che fanno in Brasile, fino a 13-14 anni. A quel punto il bambino deciderebbe se passare al calcio o continuare a giocare a futsal”.

È quello che ha fatto lo stesso Marcelinho, e i risultati sono arrivati.

“Sarebbe bello vedere i ragazzi scegliere di diventare giocatori di calcio a 5. Mentre oggi capita spesso che, dopo aver fallito nel calcio, molti optino per il piano B e quindi ripieghino sul futsal. Io invece ha 13 anni ho deciso: ‘Voglio giocare a calcio a 5‘. Avevo delle offerte dal calcio a 11, ma non mi divertivo come nel futsal per i motivi che ho elencato in precedenza: toccavo di più il pallone, le partite erano più emozionanti, non importava se ero alto o basso. Ai ragazzi manca proprio la tecnica. Non ho niente contro il calcio, ma sono sicuro che, prendendo due ragazzi, quello che sarà cresciuto giocando a futsal avrà tutta un’altra capacità di gestire il pallone”.

Gong, tempo scaduto. Di già? Appuntamento alla prossima, allora, tra una chiacchiera su Pesaro e l’altra. Mentre in testa mi si annida una certezza: non solo davanti allo schermo o al seggiolino, Marcelinho saprebbe tenerti incollato per ore anche al telefono.

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