Che poi, a ripensarci, la parabola italiana di Lidia Moreira non è che una fedele incarnazione della velocità con la quale siamo passati dal tutto al niente. Dal calcio a 5 ai palleggi con la carta igienica. Già datati – tra l’altro -, anche quelli sembrano venire da un altro pianeta. Un’altra normalità. Quella dei balconi alle 18:00 (oggi deserti), del “posso una corsetta?” e dei cani di peluche. Dov’è finita quell’Italia, #andràtuttobene? E i campionati di futsal? Magari un giorno li racconteremo ai nipotini.

 

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“Vedi, Gian Filippo, una volta il metro di distanza lo rispettavamo anche in campo. Benedetti tessuti elastici”.

Magari un giorno a Falconara racconteranno la storia di Lidia Moreira. Una gran bella giocatrice – questo lo dico io, come se il mio parere spostasse qualcosa -, tanto brava quanto sfortunata. La portoghese è un pallonetto delizioso che si stampa sul palo, l’ho visto coi miei occhi (Falconara-Noci, 2 febbraio 2020). Un colpo di genio quando intorno è calma piatta, fisica e mentale. L’ho odiato coi miei occhi – “E che sfiga, caz…” -, prima di vederla non-esultare quando la palla le è tornata indietro per il più facile dei tap-in a un centimetro dalla linea di porta. Evviva, gol, ma una parte del giornalista neutrale che è in me è morta su quel legno. E credo che lo stesso valesse per Lidia.

Questo, in parole povere e sconnesse, è quanto ho capito di quella ragazza col numero 8 nel breve lasso di tempo che ci è stato concesso per ammirarla. Magari qualcuno sarà d’accordo con me. Magari qualcun altro vorrebbe passare alle sue parole (altri lo avranno già fatto, vi vedo e vi capisco), e quindi eccole. Direttamente dal Portogallo:

“Un saluto a tutti, io e la mia famiglia grazie a Dio stiamo bene – ci ha detto Lidia Moreira rivolgendosi direttamente ai lettori, non è cosa comune -. Sono in Portogallo. I campionati si erano fermati, non potevamo né allenarci né giocare, per cui la cosa migliore per me e i miei familiari in quel momento era che tornassi a casa”.

Ha fatto bene a puntualizzarlo, la giocatrice del Città di Falconara. Perché di fatto è stata l’unica Citizens a rientrare in patria prima di aspettare un verdetto definitivo. Difficile biasimarla. Come dicevamo, è la rappresentazione puntuale di come le cose sia andate (e sfuggite di mano) velocemente. Arrivata in Italia a metà gennaio per sostituire l’infortunata Nona, Lidia Moreira ha fatto in tempo a giochicchiare 5 partite. Segnando 2 gol e convincendo Mister Neri del suo valore, serviva solo un po’ di tempo per amalgamarsi negli schemi del CdF. Trovare affiatamento con le compagne. E infatti sono arrivati i primi rinvii. Serviva raccontarsi, allora, l’ha fatto qui da noi il 6 marzo. Cinque giorni dopo tutta Italia era in quarantena. E che sfiga, parte 2.

Quindi arriva la domanda scontata, e pure legittima. Ti vedremo ancora in Italia e al Falconara, Lidia?

“Non amo andarmene da una squadra senza aver lasciato un segno, non escludo nulla al momento. Però solo Dio sa cosa ci riserva il futuro”.

Veniamo all’attualità. Il Portogallo come sta vivendo l’emergenza coronavirus? E da lì, come viene vista l’Italia?

“Anche da noi la situazione è grave, come ovunque ormai. Dobbiamo stare molto attenti. Da qui l’Italia viene vista come una delle zone più a rischio. Il numero dei contagi e dei morti causati dal coronavirus sono sotto gli occhi di tutti, anche se ora si inizia a intravedere un rallentamento. Spero che tutto finisca al più presto in modo da poter tornare alla normalità”.

Ma tu come stai vivendo queste settimane senza futsal?

“La mia vita quotidiana è diventata incolore: il fatto che io non possa giocare mi fa star male, stare in campo è la mia felicità. Quindi trascorro le giornate a casa con mia madre e i miei fratelli, guardando film, serie tv, leggendo libri e senza trascurare l’esercizio fisico. Gli allenamenti sono cambiati, dobbiamo auto-motivarci per non arrenderci, siamo obbligate a credere che tutto questo finirà presto per restare sempre in forma come se dovessimo giocare. Come tutte, seguo per filo e per segno i dettami del nostro preparatore atletico per farmi trovare pronta al momento del ritorno all’attività agonistica”.

Parole che confermano quanto si era intuito vedendola destreggiarsi sul parquet. Il futsal, per Lidia Moreira, è vita. È la giocata, il brivido del grande colpo. Un pallonetto insensato che questa pandemia sta facendo stampare a ripetizione sul palo.

Cosa ti manca di più del campo?

“L’adrenalina. La voglia di vincere anche solo durante un esercizio, in allenamento e soprattutto in partita, ovviamente. Vivere lo spogliatoio, sentire la pressione…”.

Magari anche non-esultare dopo il più facile dei tap-in. Meglio quello del vuoto incolore di oggi, ma il futsal tornerà. Lidia Moreira anche. Ai nipotini racconteremo solo di questa surreale quarantena.