Cara Lau, ti scriviamo questa lettera ora che sei sola in ospedale e che domani finalmente potrai operarti. Sappiamo che non sarai né la prima né l’ultima giocatrice a farsi male seriamente tanto da andare a finire sotto i ferri, come si dice in gergo, ma certo sentire le tue urla stridule per tutto il palazzetto con quella gamba spezzata a metà in una immagine così cruda fa ancora male al cuore. Sarà che ci sei entrata dentro come il sangue nelle vene, scorrendo lentamente, con il tuo sorriso silenzioso e con la tua educazione semplice, con il tuo prendere le botte senza dire nulla e correre a perdi fiato, sarà che ci ricordi ogni volta che ti vedevamo correre quando da bambini non ci importava di niente e di nessuno, ci bastava una palla che rotolava da prendere a calci e tutto il resto del mondo spariva. È così che tu, Maria Laura Fuhrmann a trentun anni faccia acqua e sapone, simbolo della generazione “vinci tutto” del Ferrocarril di Buenos Aires ti sei conquistata i gradi di vice capitano e il ruolo di leader silenzioso di uno spogliatoio insieme alle grandi della Serie A come Neka, Bea Martin e Castagnaro dopo un paio di mesi in A2 da oggetto (quasi) sconosciuto.

A luglio (adesso possiamo dirlo) avresti ricevuto la tua prima convocazione in nazionale: una tournée negli Stati Uniti. Pensiamo solo a cosa vuol dire sacrificarsi per tanti anni e arrivare a trentuno primavere a conquistare la maglia più ambita per una come te cresciuta dal tuo papà a pane e Boca. Ma proprio quando stai lì per sentire l’odore dell’albiceleste, il così detto sogno di una vita, arriva un destino beffardo e te lo strappa via. La sfortuna vuole che non puoi neanche prendertela con nessuno, non puoi scaricare la rabbia contro un volto o un qualcosa, perché semplicemente non c’è stato un cattivo che ha spezzato i tuoi sogni insieme alla tua gamba, ma un semplice contrasto di gioco tra una tua compagna e un’avversaria che ti ha vista da comprimaria a terribile protagonista. Neanche la soddisfazione di gridare contro qualcuno la tua rabbia. Una beffa. A inizio settembre ci sarebbe stata anche da giocarsi la Gloria Eterna, quella Coppa Libertadores che tutti i sudamericani sognano di vincere da bambini e da bambine. Non importa se sei nato a San Paolo o a Buenos Aires, non importa se respiri l’aria di Quito o quella di Medellín. La Libertadores per tutti è semplicemente la Gloria Eterna. L’avresti dovuta giocare con il tuo Ferrocarril Oeste, che ai più non dirà nulla, ma per te che da Hincha del Boca hai imparato ad amare quel quartiere a forma di cuore che si chiama Caballito e che ti ha dato tutto, beh per te era il massimo. Provare a far vincere la maglia verde del Ferro sarebbe stato un altro sogno. La classe operaia non va mai in paradiso (forse).

Pochi giorni fa se ne è andato un signore di più di ottant’anni di nome Timoteo, di mestiere allenatore. Il grande vecchio dalla Scoppola in panchina sarà arrivato troppo tardi per proteggerti da lassù. Era allenatore quando ancora i campi erano di terra e fango, quando ancora i fenomeni si trovavano nei “potreros”, quando ancora Fuerte Apache, Villa Fiorito o Quilmes sfornavano i campioni del proletariato, quelli belli e dannati… proprio come El Kun eri abituata a badare e portare in giro i tuoi tanti fratelli e sorelle: tutti insieme come una chioccia con i propri pulcini. Forse sarà nato proprio in quel momento il tuo modo di giocare senza paura, perché quando devi vivere in posti difficili e tenere d’occhio la vita dei tuoi fratelli più piccoli, non solo la tua, non hai il tempo di avere paura. Impari a correre presto, a correre più veloce del vento anche se quel vento non ti rincorre per farti del male, ma solo per provarti a prendere… e allora Lau questa volta, per una sola volta, il vento ti ha preso. Ma non ti ha raggiunto, perché è stato bravo lui a rincorrerti, ma solo perché in un silenzio assordante si è sentito un crack che ancora fa male ai nostri cuori quando ci ripensiamo a distanza di poche ore.

Abbiamo raccolto i tuoi gol in un video, l’abbiamo fatto, perché solo oggi forse ci rendiamo completamente conto di quanto eri importante per noi in campo con il tuo non fermarti mai anche con la palla in rete dopo un gol importante. Forse solo oggi ci rendiamo conto del tuo insegnamento: quanto sia importante non avere mai paura se hai dalla tua parte una forza di volontà grande quanto i tuoi sogni.

È impossibile fermare il vento con le mani.

Torna presto Lau, perché a quel vento manca il suo avversario più grande: quello con il numero 11 sulle spalle.

Tutti quelli che ti vogliono bene.
Da Caballito a Capena.

Ufficio Stampa Città di Capena